L'olocrazia come risposta mancata
4.1La motivazione dell'avvicinamento
L'autore si è avvicinato al modello olocrazia, sviluppato da Robertson (2015), in risposta agli schemi di pilotaggio osservati in più contesti politici e descritti nella L'orizzontalità come problema strutturale: dal caso paradigmatico alla diagnosi. L'olocrazia, in quanto sistema di governo distribuito per dominio con responsabilità esplicite e riunioni strutturate, attacca con precisione il punto debole dell'orizzontalità di facciata: rimuove l'ambiguità procedurale che è precondizione del pilotaggio.
Vale la pena nominare due pregi specifici di Holacracy che la sua reputazione di «protocollo pesante» tende a oscurare. La separazione netta fra riunioni organizzative (dedicate alla struttura — ruoli, domini, governance) e riunioni operative (dedicate al lavoro corrente) genera chiarezza e rende le operative snelle, perché non vengono interrotte da questioni di struttura mascherate da operative. La definizione esplicita dei perimetri di azione di ciascun ruolo e delle responsabilità collegate riduce la zona grigia in cui il pilotaggio si muove più facilmente. Pregi che vanno soppesati con i costi del protocollo — investimento iniziale nella formazione, disciplina nella conduzione delle riunioni — ma che ne bilanciano la fama di pesantezza.
4.2Perché l'occasione non si è data
In nessuno dei contesti attraversati dall'autore si è dato lo spazio per formulare una proposta di adozione del modello olocratico: il movimento è imploso prima, oppure hanno espulso o marginalizzato chi sollevava critiche strutturali, oppure hanno consolidato dinamiche informali al punto da rendere ogni proposta di riforma percepita come minaccia anziché come occasione. Questa ricorrenza rivela una proprietà strutturale dei sistemi opachi: non possono auto-riformarsi, perché ogni proposta di riforma strutturale minaccia il fondamento del potere informale che li governa. La risposta tipicamente disponibile, in tali contesti, è l'espulsione del critico o l'esaurimento del consenso militante; non l'adozione della proposta.
La deriva non è peculiare ai movimenti politici. Ries (2026) documenta, sul versante d'impresa, come anche le aziende sane «vadano a male», derivando dalla promessa d'origine sotto la pressione del successo, e come a trattenerle siano dispositivi strutturali più che le buone intenzioni dei singoli. La convergenza rafforza la lettura appena data: la deriva è una proprietà strutturale delle organizzazioni, non un difetto morale di persone particolari — ragione in più perché la risposta sia di struttura, non di carattere.
4.3Limiti dell'olocrazia nel dominio politico
L'olocrazia, pur efficace come strumento di governo organizzativo, presenta limiti quando trasposta dal dominio aziendale al dominio politico-movimentista:
- è progettata per organizzazioni con scopo definito, mentre un movimento politico ha scopo evolutivo e contestabile;
- presuppone una cultura di separazione ruolo/persona che non è data per scontata in contesti politici personalistici;
- non tematizza esplicitamente la dimensione del potere, che nei movimenti è costitutiva;
- è uno strumento di governo, non di transizione: non funziona come dispositivo di critica interna a sistemi opachi preesistenti.
4.4Implicazioni progettuali
Da quanto sopra deriva una conseguenza per il modello protocollare proposto più avanti (cfr. L'olocrazia come protocollo: applicazione e contributi aperti): non è sufficiente ereditare il modello olocratico; è necessario ampliarlo per includere le primitive specifiche del dominio politico (legittimazione, deliberazione, rappresentanza, trasparenza, distribuzione del potere) e per gestire esplicitamente il problema della transizione da configurazioni opache a configurazioni trasparenti.
4.5Verso un'inversione del verso d'uso
A quanto sopra si aggiunge un'osservazione che ridefinisce in modo più profondo il rapporto fra il lavoro qui proposto e l'olocrazia di Robertson. Nella sua formulazione originale l'olocrazia è un sistema costituzionale verticistico: l'autorità discende dal centro astratto (cerchio di ancoraggio, scopo costituente) verso i ruoli operativi. L'autore ne ha esplicitato un'intenzione d'uso radicalmente diversa — utilizzarla come protocollo per una crescita orizzontale organica, in cui la direzione dell'autorità si inverte: dal basso concreto delle pratiche emergenti verso aggregazioni che non preesistono come centro, ma si formano per composizione. Non è un dettaglio realizzativo, ma un verso d'uso categorialmente distinto, la cui meccanica — da costituzione a protocollo, con le primitive, i modelli di sussidiarietà e i rischi che comporta — è articolata per esteso nella L'olocrazia come protocollo: applicazione e contributi aperti.
L'inversione del verso d'uso comporta una distinzione ulteriore, non meno fondamentale, dall'olocrazia robertsoniana classica: il purpose non è dato in anticipo, emerge dall'aggregazione di problemi concreti. La struttura non si regge sullo scopo, si regge sull'aggregazione dei problemi: cambia lo scopo, non cambia l'architettura. È questo che elimina alla radice una delle obiezioni classiche all'olocrazia trasportata in dominio politico — la difficoltà di gestire un sistema il cui obiettivo stesso è materia di dibattito interno.