La tendenza spontanea è tenere tutti insieme e passare la parola a turno. Sembra il modo più equo, ma spesso è il meno efficace: è lento, chi parla per primo orienta la discussione, e i contributi si accumulano senza confrontarsi davvero.
Questo approccio unitario porta in sé anche semi più insidiosi. Può nascere da un'insicurezza: il timore che, dividendosi, il gruppo perda coesione o che le sue parti non sappiano lavorare da sole, cioè una fiducia che non si riesce ancora a dare. Può nascondere una delega fantasma: quando tutti parlano a turno e nessuno ha un compito definito, l'esito finisce per deciderlo chi modera, chi fissa il quadro iniziale o chi resiste più a lungo, senza che nessuno gli abbia affidato quel ruolo. E può diventare la scena di un'orizzontalità di facciata: il turno di parola uguale per tutti dà al gruppo l'immagine di sé come egualitario, mentre l'esito si è già formato altrove, prima o fuori dalla riunione. Proprio perché tutti hanno parlato, nessuno sente il bisogno di chiedersi dove si è davvero deciso.
Funziona meglio un approccio per scomposizione. Si analizza insieme il problema quanto basta per dividerlo in parti; si formano piccoli gruppi, ciascuno su una parte; poi si torna insieme per la sintesi. Il confronto finale è più ricco, perché ogni gruppo porta un lavoro già elaborato invece di un'opinione a caldo.
Due momenti vanno però curati, perché è lì che si concentra il potere. La scomposizione decide quali aspetti del problema verranno considerati e quali no: va fatta insieme e resa visibile. La sintesi decide cosa resta del lavoro dei gruppi: deve essere chiaro chi la conduce, e ogni gruppo deve poter verificare come il proprio contributo è stato riportato.
È un'applicazione piccola e quotidiana del criterio: distribuire il lavoro senza rendere opache le decisioni.