L'orizzontalità come problema strutturale: dal caso paradigmatico alla diagnosi
1.1Un caso paradigmatico: il Movimento 5 Stelle
Il Movimento 5 Stelle costituisce, nel panorama politico italiano contemporaneo, il caso pubblicamente più riconoscibile di una organizzazione nata con l'esplicita intenzione di essere strutturalmente diversa dai partiti tradizionali, e regredita nel tempo verso configurazioni largamente coincidenti con quelle che voleva contestare. Le regole costitutive — limite ai mandati elettivi, definizione dei parlamentari come portavoce, ricorso a una piattaforma per la deliberazione diretta degli iscritti, rifiuto del finanziamento pubblico nelle forme classiche — erano state codificate proprio per prevenire le derive che il movimento osservava nel sistema politico circostante. Quelle regole sono esistite, sono state pubbliche, sono state vincolanti sulla carta. Eppure, nell'arco di un decennio, sono state aggirate, riscritte, rinegoziate o svuotate di sostanza.
Il punto qui non è polemico, ed è opportuno enunciarlo con chiarezza: non interessa né valutare moralmente la scelta dei singoli protagonisti, né stabilire se la regressione fosse evitabile in un percorso diverso. Interessa invece registrare un dato strutturale: una organizzazione dotata di anticorpi formali espliciti, costruita da persone consapevoli del rischio di deriva e attive nel volerlo evitare, ha comunque prodotto un esito coerente con quella deriva. Se il fallimento è avvenuto malgrado le regole, allora il problema non si risolve scrivendo regole migliori senza prima comprendere perché quelle non hanno tenuto.
Il caso non è isolato. Storie analoghe — più o meno documentate, più o meno conosciute — riguardano numerosi tentativi italiani ed europei recenti: liste civiche nate per superare la dialettica partitica e istituzionalizzatesi come piccoli partiti; movimenti ambientalisti trasformatisi in formazioni elettorali con dinamiche correntizie; formazioni di sinistra sociale assorbite progressivamente in coalizioni di governo. Il Movimento 5 Stelle è solo l'esempio più visibile, ed è quello a partire dal quale è più semplice istruire la diagnosi.
Una scala diversa, ma le patologie strutturali sono le stesse. Il condominio italiano è il laboratorio domestico in cui ogni cittadino sperimenta, prima ancora che nei contesti politici, le forme tipiche dell'opacità decisionale: peso decisionale proporzionato ai millesimi anziché alla persona, deleghe cumulate che concentrano il voto in poche mani, cattura del facilitatore esterno (l'amministratore) attraverso i rapporti di servizio, opacità delle decisioni di spesa, impossibilità di uscita senza vendere la propria abitazione. Il caso domestico mostra in piccolo, e a tutti, quel che il M5S mostra in grande: in difetto di anticorpi strutturali, l'orizzontalità di facciata produce esiti ricorrenti indipendenti dalla buona fede dei partecipanti.
1.2Lo schema del pilotaggio assembleare
Il fenomeno della regressione descritta sopra ha una sua fenomenologia ricorrente, identificata in letteratura da Freeman (1972) (cfr. la voce tirannia dell'assenza di struttura nel glossario), secondo cui l'assenza dichiarata di struttura non elimina la struttura ma la rende invisibile e quindi non contestabile. I meccanismi tipici che configurano l'orizzontalità di facciata includono:
- controllo asimmetrico dell'ordine del giorno e dei tempi di intervento;
- pre-accordi informali esterni alla sede deliberativa;
- candidature uniche o concordate, presentate come emergenti dal basso;
- asimmetria informativa nell'accesso a dati, liste di distribuzione e piattaforme;
- ambiguità procedurale interpretabile dal facilitatore di turno;
- controllo dei canali di comunicazione e del simbolo.
Il tratto distintivo è l'esistenza di un gruppo dirigente opaco che esercita potere senza assumersene la responsabilità pubblica: oligarchia mascherata da orizzontalità.
1.3La diagnosi sociologica di sfondo
Sul piano teorico, il fenomeno è coerente con la legge ferrea dell'oligarchia formulata da Michels (1911), la cui analisi è particolarmente pertinente al contesto italiano in quanto sviluppata proprio sullo studio del PSI e della SPD agli inizi del Novecento. La tendenza alla concentrazione del potere è strutturale, non patologica: lo statuto può rallentarla, non abolirla per decreto. La differenza tra organizzazioni sane e degenerate non sta nell'assenza di tale tendenza — che è universale — ma nella presenza o meno di contromisure esplicite e durevoli.
La tesi di Michels, formulata oltre un secolo fa, conserva una capacità predittiva notevole: i tentativi di rinnovamento organizzativo che ignorano la legge ferrea — convinti che basti la buona volontà o un'innovazione tecnologica per superarla — tendono a riprodurla con un ritardo di alcuni anni rispetto alle organizzazioni più tradizionali, ma con esiti analoghi.
1.4La trappola istituzionale: regole sistemiche che inducono regressione
Alla diagnosi sociologica di sfondo merita affiancarne una seconda, di natura istituzionale, che spiega perché la legge ferrea sia particolarmente difficile da contrastare nel caso specifico delle organizzazioni politiche che competono nello spazio della rappresentanza democratica.
Un movimento che decida di partecipare alle elezioni si trova obbligato, per legge o per necessità competitiva, ad adottare un insieme di configurazioni operative non negoziabili: deve raccogliere firme entro scadenze rigide, presentare un simbolo registrato, designare candidati in liste ordinate, individuare un rappresentante legale, gestire risorse finanziarie tracciabili, comunicare attraverso canali mediatici che selezionano portavoce riconoscibili, posizionarsi in coalizioni o competizioni dichiarate. Ciascuna di queste configurazioni, presa singolarmente, ha ragioni legittime — trasparenza, accountability, prevedibilità per l'elettore. Prese insieme, però, definiscono un ambiente che premia comportamenti specifici: la professionalizzazione del nucleo decisionale, la stabilizzazione di figure pubbliche riconoscibili, la riduzione dei tempi deliberativi, la centralizzazione del controllo sul simbolo e sulle candidature.
In altri termini: il sistema istituzionale della rappresentanza democratica non è neutrale rispetto alla forma interna delle organizzazioni che lo abitano. Esso seleziona attivamente, fra le possibili configurazioni interne, quelle che meglio si adattano alle sue regole di ingaggio. Le organizzazioni che resistono a tale selezione pagano un prezzo di efficacia politica; quelle che vi si adattano pagano un prezzo di coerenza con i propri principi fondativi. È una trappola nel senso letterale del termine: chi vi entra con l'intenzione di cambiarla scopre, nel tempo, di esserne stato cambiato.
Riconoscere questa dinamica non implica rassegnazione. Implica però che qualunque progetto di rinnovamento organizzativo che intenda partecipare alla competizione elettorale debba essere consapevole delle pressioni sistemiche cui sarà sottoposto, e progettare in anticipo le contromisure — statutarie, procedurali, culturali — capaci di tenere quelle pressioni a distanza. Senza questa consapevolezza, il fallimento è fortemente probabile, indipendentemente dalla qualità delle persone coinvolte e dalla bontà delle intenzioni iniziali.
1.5Testimonianza diretta
Ho attraversato, nel corso degli anni, più contesti politici in qualità di attivista o candidato, all'interno di formazioni e movimenti diversi per origine, dimensione e collocazione. Tale osservazione partecipante, sebbene non costituisca oggetto centrale del documento e non sia qui dettagliata per nome, ha permesso di riscontrare in più contesti — non in uno isolato — gli stessi schemi ricorrenti descritti nelle sottosezioni precedenti. La regolarità del fenomeno, osservata da posizioni diverse all'interno di organizzazioni diverse, è ciò che mi ha condotto a cercare strumenti di analisi adeguati al problema, fra cui l'olocrazia (cfr. L'olocrazia come risposta mancata), e a maturare progressivamente l'intenzione di un contributo proprio.
1.6L'implosione come segnale diagnostico
Una caratteristica condivisa da numerosi tentativi di rinnovamento organizzativo politico — il Movimento 5 Stelle ne è solo l'esempio più evidente — è la difficoltà ad assorbire critiche strutturali interne trasformandole in modifiche dello statuto o delle prassi. Le critiche che mettono in discussione i meccanismi di formazione del consenso, la trasparenza delle candidature, la verificabilità dei mandati informali, tendono ad essere interpretate come atti ostili anziché come occasioni di miglioramento. L'esito frequente è l'espulsione del critico — formale o sostanziale, immediata o progressiva — accompagnata dall'erosione della base militante che progressivamente si stanca della distanza fra discorso e pratica.
Questa difficoltà non è incidentale: è coerente con uno schema in cui i sistemi opachi non possiedono anticorpi istituzionali per processare critiche strutturali, percepite come minaccia esistenziale anziché come occasione di miglioramento. L'implosione che ne deriva — sia essa repentina o lenta, scissionista o per progressivo abbandono — può essere letta come segnale diagnostico della mancata costruzione di quegli anticorpi nel momento fondativo, quando ancora le inerzie non si erano consolidate.
Le esperienze raccolte in più contesti, e il loro confronto con la letteratura, costituiscono il repertorio diagnostico a partire dal quale il presente lavoro si propone di derivare requisiti formali per organizzazioni resistenti agli stessi attacchi. È a questo repertorio che si rivolgono le sezioni successive del documento.